Alginato semigranulare

risolve tutto

Alla fine della fiera (prima parte)

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Quest’estate sono andato a trovare mio padre, alla periferia di Treviso. Aspettando l’autobus per tornare in città, ho letto i manifesti di un paio di sagre parrocchiali. Le sagre sono momenti estremamente importanti, per la vita di una parrocchia: una volta l’anno, il parroco si fa imprenditore e organizza un evento, solitamente articolato lungo un’intera settimana, che si snoda attorno a un padiglione gastronomico e comprende concerti, spettacoli, giochi, secondo le tradizioni del luogo e l’età anagrafica media dei parrocchiani. Anche per questo, in quel genere di feste la fanno da padrone le orchestre di liscio. Lo scopo precipuo, è palese e nessuno ci vede niente di male, è raggranellare fondi per la parrocchia, la sua manutenzione ordinaria, il sostentamento dei sacerdoti e del personale che vi si dedica.
Mi ha quasi commosso la menzione dei giochi per bambini “con l’acqua!” La guest star era l’acqua, qualcosa di pubblico, gratuito, accessibile a tutti. Il nadir assoluto delle motivazioni a partecipare, ma faceva numero, era comunque parte del palinsesto.
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Non è che il mondo del fumetto sia tanto diverso. La maggior parte delle case editrici lavora con un piano editoriale approssimativo e suscettibile di continue modifiche, imperniato su un solo momento sacrale, a fine ottobre, intorno al quale orbitano tutte le novità degne di nota, tutti gli ospiti da convocare al proprio stand, tutti gli sforzi economici significativi nella gestione dell’anno. Alcuni dei titoli che vendono meglio, in quell’occasione, sono appositamente studiati per compiacere la fauna della fiera, ma non hanno alcun vero appeal in libreria, e contano su una clientela piuttosto limitata anche in fumetteria, che pure è un ambiente fidelizzato e sensibile a quel genere di prodotti.
Sarebbe il caso, invece, di essere tutti imprenditori tutto l’anno, distribuendo meglio le uscite, creando momenti di interesse diversi, coltivando il pubblico sensibile, ma non sensibilizzato alla lettura del fumetto.
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Solo facendo così gli interlocutori più scettici nei confronti del prodotto-fumetto, promotori librari, buyer di catena e della Grande Distribuzione Organizzata, gli stessi librai, non potranno non vedere ciò che noi sappiamo da tempo essere vero: esiste una clientela pronta a scoprire il fumetto, una clientela eterogenea e non facilmente classificabile, insospettabile, fatta di persone che comprano intrattenimento cartaceo – cultura! – nei classici luoghi deputati: librerie, ma anche supermercati, autogrill. Solo così i casi di successo nei nostri cataloghi non saranno più casi “nonostante” la distribuzione difficile, cauta, a macchia di leopardo, ma saranno sempre meno sporadici e sempre più palesi, innegabili, perché avremo conquistato lentamente la fiducia di un comparto in crisi da tempo, ma storicamente affamato di nuove possibilità di sviluppo.
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Certo, lo so, per fare questo bisogna distogliere risorse alle poche occasioni sicure di fatturato che ci sono nel nostro campo. Bisogna rischiare. E immagino che la “ripresa”, la “crescita”, siano le ennesime cose che speriamo di vincere alla lotteria della vita. Se e quando avverranno, però, chi avrà lavorato in anticipo per favorirle, sarà anche meglio attrezzato a coglierne i frutti.
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(Continua…)
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[Pensieri che mi sono venuti bevendo: Nikka Pure Malt Black.

Written by michele foschini

settembre 21st, 2012 at 3:46 pm

Posted in Fare fumetti

Ho la lacrima facile

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Una volta l’anno, andiamo a mangiare l’hamburger da Lucky. Non mi ricordo chi ci abbia detto, quella prima volta, che probabilmente era il migliore a Los Angeles, ma probabilmente aveva ragione. Mettiamo sempre la macchina nello stesso posto, e quando andiamo via, uscendo da quell’autosilo accanto alla stazione di polizia, guardo oltre il lot dall’altra parte della strada, quello riservato ai dipendenti della Motorizzazione, e vedo la parete verdastra con la grande scritta nera.
Musso & Frank’s.
E tutti gli anni dico la stessa cosa: “Era lì che andavano a bere e mangiare le vecchie glorie del cinema e del varietà.”  Tutti gli anni.
E poi una sera qualunque, un episodio qualunque di Studio 60 e c’è quel vecchietto* che si è intrufolato chissà come nel party di fine produzione, e forse ha l’Alzheimer, e vuole portare via una foto, e alla fine si scopre che è stato uno degli scrittori di The Philco Comedy Hour** epurati dal maccartismo. E il cast ci mette ore a capire che non è matto, che è stato davvero uno scrittore comico per la televisione, che se la faceva con tutte le mie Vecchie Glorie. “Da Musso & Frank’s.”
E per l’ennesima volta Sorkin preme un bottone nascosto in me e io mi ritrovo in lacrime, per quel vecchietto, per i pionieri dell’intrattenimento, per la mia Hollywood che è fatta di insegne che mi ricordano cose che non ho mai vissuto e che non ricordiamo in molti.
Ci sono lacrime che sono felice di sapere ancora versare.
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* Che poi è Eli Wallach.
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** Che in realtà si chiamava The Philco Television Playhouse, nel mondo reale.

Written by michele foschini

settembre 15th, 2012 at 10:45 pm

Posted in Senza categoria

Di scarpe, sassolini, lingue e [assenza di] peli

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Summer 2012, San DiegoPiove.
Ho desiderato che succedesse, nelle ultime settimane, quindi ora non mi lamenterò della luce grigia di Milano finché non avrò la sensazione che ne abbiamo avuta abbastanza. Oggi sono anche andato a provare un trench, perché l’autunno è alle porte e io sono a disagio nei mesi in cui non ho un bavero da alzare. Eppure è stata una bellissima estate. L’ho vissuta davvero appieno e mi ha fatto bene, dopo un semestre di lavoro a testa bassa. Se ci ripenso, però, il punto d’ancoraggio dei ricordi di questa estate è un momento molto preciso e no, non è il mio editor che ride come un pazzo sullo Space Mountain a Disneyland. È qualcosa che è successo qualche giorno prima.
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Dopo un’intensa giornata di fiera a San Diego, ci siamo ritrovati su una delle terrazze dell’hotel Hilton Bayside con Mark Siegel, il direttore editoriale della First Second e uno dei nostri migliori amici nel mondo dell’editoria americana. Non ci vedevamo da un anno e avevamo parecchie cose da dirci. La prima che ha detto lui, però, è stata che sentiva il profondo bisogno di fare pulizia tra le persone con le quali lavorava, di guardare ai mesi a venire con la consapevolezza di avere intorno solo le persone con le quali voleva veramente avere a che fare. Io, che quel mattino avevo preso a pugni un tramezzo in camera mia dopo aver letto una mail che mi aveva messo voglia di mandare al diavolo circa metà delle persone con cui ho a che fare per lavoro, lo capivo perfettamente. Tanto da lasciare che il ghiaccio nel mio old fashioned si sciogliesse, per rispondere alle parole di Mark, rendendolo imbevibile.
L’ho bevuto lo stesso.
E quella conversazione mi è rimasta dentro.
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Si può dire senza timore di essere smentiti che non sono sempre stato uno studente modello, in gioventù. Anzi, più gli anni passavano, più scendevano i miei voti e io diventavo velleitario e refrattario all’impegno costante e continuativo. Per mia fortuna, però, ho sempre amato tornare a scuola, e i primi giorni di scuola in particolare.
Quando ho cominciato a fare il lavoro che faccio ho smesso progressivamente di avere orari, giorni liberi, festività imprescindibili. Lavoro più o meno tutti i giorni, quasi sempre tutto il giorno. Unico retaggio degli anni della scuola: l’anno editoriale comincia a settembre, per noi dei fumetti. I francesi lo chiamano la rentrée, mentre per chi lavora nel licensing è il back to school. Per me è quando è troppo tardi per pensare a qualcosa da portare a Lucca.
Nel bel mezzo della mia torrida estate, mi sono detto che prima di settembre avrei dovuto dare una nuova impostazione al mio modo di approcciarmi al lavoro. E l’ultima cosa che pensavo che avrei fatto era ricominciare a scrivere pubblicamente ciò che penso. Sono stato zitto per anni ed è stato bene così, ma forse è ora di cominciare a raccontare come ho imparato a fare le cose per bene. Non ci guadagnerò niente, ma almeno mi sarò sfogato. Perché sono circondato da aziende senza dipendenti, “case editrici” che pubblicano libri senza avere un contratto, autori che si sentono dire che le copie vendute in fiera non entrano nei conteggi del venduto ai fini delle royalties e, in generale – e per usare un’espressione che ho sentito usare solo a due cari amici toscani – gente che cerca di fare le nozze con i fichi secchi.
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In Italia uno sportivo può dire “io ho vinto, il mio avversario ha perso”, ma uno scrittore non può parlare di un libro altrui o sarà tacciato di invidia. Questo perché un risultato sportivo è inconfutabile, mentre la qualità di un libro varia a seconda delle opinioni. La difficoltà di valutare oggettivamente tutto ciò che riguarda l’editoria dà a molti la sensazione che in fondo vada bene tutto, che non ci sia un modo giusto di fare le cose, o che ce ne siano per forza infiniti, e che sicuramente per la proprietà transitiva non ce ne sia uno sbagliato. Chi dice il contrario, è evidente, rosica.
Ecco, io ho questo orribile difetto: parlo solo delle cose che conosco, quindi di quelle che so fare. Lo so, non sta bene, non è fine, sarebbe molto meglio allenare la Nazionale dai tavolini di un bar. E poi vorrei sfatare il falso mito di cui sopra: ci sono diversi modi giusti di fare le cose, nel mio mestiere, ma non sono infiniti e c’è un numero decisamente maggiore di modi sbagliati di farle.
Mi è venuta voglia di fare un elenco.
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[Pensieri che mi sono venuti bevendo: Wild Turkey Rare Breed Bourbon Whiskey.]

Written by michele foschini

settembre 2nd, 2012 at 11:03 am

Posted in Fare fumetti

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